Perché si dice che i gatti neri portino sfortuna: tra stregoneria, tarocchi e l’ombra della peste nera a Firenze

L’idea che i gatti neri portino sfortuna è una delle superstizioni più radicate d’Europa. Ancora oggi, attraversare la strada davanti a un gatto nero viene percepito da molti come un cattivo presagio. Ma come spesso accade, dietro una credenza popolare si nasconde una stratificazione di eventi storici, simboli esoterici e paure collettive.

La sfortuna, in questo caso, non nasce dal gatto. Nasce dall’uomo.

Il legame con le streghe

Nel Medioevo il gatto nero diventa progressivamente una figura ambigua. Animale notturno, silenzioso, indipendente, difficile da addomesticare: caratteristiche che lo rendono sospetto in un’epoca dominata dal controllo religioso e sociale.

Le donne sole, guaritrici o semplicemente fuori dagli schemi, venivano spesso accusate di stregoneria. Molte di loro vivevano con gatti, utili per cacciare i topi e proteggere le scorte. Il gatto nero, per via del colore associato all’oscurità e all’ignoto, diventa presto il famiglio della strega, un intermediario tra il mondo visibile e quello invisibile.

Col tempo, colpire la strega significava colpire anche il suo animale.

Numerologia e tarocchi

Nel simbolismo esoterico, il colore nero non indica solo male o morte, ma potenziale non manifestato, ciò che esiste prima della luce. Nei tarocchi, molte carte temute — come la Morte o il Diavolo — non rappresentano eventi negativi in senso assoluto, ma trasformazioni, rotture, passaggi obbligati.

Alcuni studiosi di numerologia collegano il gatto nero all’Arcano XIII (la Morte), non come fine, ma come cambiamento inevitabile. Il gatto, animale che attraversa soglie, finestre, tetti e confini, diventa simbolo di transizione.

Ciò che cambia, però, spaventa. E ciò che spaventa viene demonizzato.

La peste nera e Firenze

Durante il periodo della peste nera, nel XIV secolo, Firenze — come molte città europee — fu travolta dal terrore. In assenza di conoscenze scientifiche, si cercavano colpevoli visibili.

I gatti, in particolare quelli neri, vennero accusati di essere portatori di sventura o emissari del male. In molte città furono uccisi in massa. Una decisione tragicamente controproducente: eliminando i gatti, la popolazione di ratti aumentò, facilitando ulteriormente la diffusione della peste.

Ma il danno simbolico era ormai fatto. Il gatto nero diventa il capro espiatorio perfetto: silenzioso, notturno, incomprensibile.

Dalla paura al mito

Col passare dei secoli, la superstizione sopravvive alla realtà storica. Il gatto nero non è più visto come animale utile o sacro — come nell’Antico Egitto — ma come presagio negativo, presenza da evitare.

In alcune culture, però, accade l’opposto: in Inghilterra e in Giappone il gatto nero è simbolo di protezione e fortuna. Una contraddizione che rivela quanto il significato non sia intrinseco, ma proiettato.

Una domanda che resta

Se i gatti neri portassero davvero sfortuna, perché sono sempre sopravvissuti alle persecuzioni, alle epidemie, ai roghi e alle paure dell’uomo?

Forse non portano sfortuna.
Forse ricordano all’uomo ciò che preferisce non vedere:
l’ignoto, il cambiamento, l’ombra che accompagna ogni luce.

E come spesso accade nella storia, non è l’animale ad essere maledetto.
È lo sguardo con cui lo si osserva.

Il gatto nero continua a camminare.
Silenzioso.
Indifferente alle nostre paure.